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«Così in Nigeria strappo le donne ai trafficanti di esseri umani»

Con un documentario in cui sei donne raccontano la loro odissea che le ha portate a battere sui marciapiedi in Italia, padre Francis Rozario, da Benin City, gira villaggi, scuole e chiese svelando i meccanismi perversi con cui le organizzazioni criminali, responsabili dei viaggi verso l’Europa, ingannano i giovani locali spingendoli a migrare. «Ci sono persone che vengono pagate per trovare giovani da far partire verso l’Europa. La nostra attività anti-tratta va a toccare il business delle organizzazioni criminali». «Volete fare davvero qualcosa? Pagate gli studi a una ragazza nigeriana, solo così sfuggirà alla rete della prostituzione che la porterà da voi». Così padre Francis racconta alla Nuova BQ la sua sfida alle organizzazioni criminali. 

“Sto implorando tutti voi: non attraversate quel mare che porta in Europa! Stop! Stop! Per favore, state a casa. Costruite un futuro migliore per la vostra vita, potete ancora farlo in Nigeria”. Non sono le parole del prototipo del sovranista italiano, ma l’accorato appello di una migrante nigeriana che si rivolge ai suoi connazionali ancora in patria. La sua supplica, insieme a quella di altre cinque donne con la stessa storia, fa parte del documentario sul fenomeno della tratta degli esseri umani realizzato da Antonio Guadalupi e padre Francis Rozario. Si chiama “How much..”, la stessa domanda che le ragazze nigeriane passate dai barconi ai marciapiedi si sentono rivolgere dai clienti occidentali. Quest’opera, prima ancora di essere un docu-film di denuncia sociale per sensibilizzare gli spettatori italiani sul dramma che si nasconde dietro al fenomeno della prostituzione, rappresenta un valido strumento da utilizzare per scoraggiare le partenze dietro a false promesse.

Lo scopo dichiarato dagli autori, infatti, è quello di far conoscere ai giovani nigeriani e alle loro famiglie la triste realtà di un racket ramificato e in mano ad organizzazioni spietate. Grazie alle testimonianze di sei sopravvissute che oggi risiedono in Italia all’interno di strutture protette, suore e missionari anti-tratta che operano nel difficile contesto del Paese africano hanno la possibilità di mostrare direttamente nei villaggi, nelle scuole e nelle chiese il lato oscuro dell’immigrazione clandestina. Padre Francis Rozario è uno di quei pastori con “l’odore delle pecore”: missionario della Sma, è vissuto sei anni in Nigeria dove torna frequentemente per portare avanti il suo impegno anti-tratta. La Nuova BQ lo ha intervistato per avere un’immagine veritiera, senza i filtri dell’ideologia e della propaganda, sul traffico di esseri umani proveniente dal Paese africano e diretto verso l’Europa.

Padre Rozario (in foto), dalle testimonianze del documentario emerge come siano principalmente le donne a convincere le ragazze – e le loro famiglie – a partire verso l’Italia con la promessa di un lavoro sicuro e redditizio. È un metodo collaudato dai trafficanti per rendere più rassicurante la proposta?
Molto spesso sono persone arrivate in città dai villaggi a svolgere questo compito: vengono pagate per trovare giovani da far partire verso l’Europa. Le individuano in base alla vulnerabilità e poi ne conquistano la fiducia prospettando loro un futuro migliore. Le vittime non sempre sono inconsapevoli di ciò che le spetta, ma sottovalutano i pericoli della schiavitù sul marciapiede e pensano di poter sopportare, si convincono del fatto che possa durare quei pochi mesi necessari per mettere da parte un po’ di soldi per fare una vita dignitosa a casa. Ma non è così e ben presto, loro malgrado, lo scoprono.  Anche per questo abbiamo scelto di chiamare il documentario “How much…”: è la domanda che fanno loro i clienti, ma anche quella che si trovano a rivolgere ai trafficanti quando si rendono conto di avere un pesantissimo debito da ripagare per restituire le spese del viaggio.

Siamo abituati a pensare che la causa maggiore delle partenze sia la povertà. Eppure Benin City, principale punto di partenza del traffico di migranti orientato alla prostituzione, non è certo il centro più povero nella Nigeria…
Benin City non è povera. Io ho vissuto per anni nella Nigeria settentrionale. In quelle zone rurali, le persone non hanno niente ma sono molto orgogliose, lavorano gli animali, si aiutano tra loro e non si sentono povere. Nei villaggi si può mangiare e dormire senza spendere soldi, mentre nella città la vita è cara e la povertà si sente. Ci sono tante ragazze che, trasferitesi dai villaggi alle città per lavorare o studiare, si ritrovano senza soldi per vivere. È su questa fascia di persone, la più vulnerabile, che puntano i trafficanti. Questo è il dramma che c’è dietro i numeri dell’esodo da Benin City. Le false promesse dei trafficanti non funzionano nei villaggi, mentre hanno grande presa nelle città.

Voi, come Società delle Missioni Africane, insieme alle suore di Nostra Signora degli Apostoli, avete creato un team che opera sul campo a Benin City per prevenire il traffico di essere umani. Come funziona il vostro lavoro di coscientizzazione e a quali rischi siete esposti?
Sappiamo che questa nostra attività anti-tratta va a toccare il business delle organizzazioni criminali, grazie a Dio, però, finora non siamo mai stati minacciati. La nostra priorità è quella di avvertire a livello locale dei pericoli a cui si va incontro scegliendo di partire. Il primo lavoro che facciamo per prevenire è quello di identificare le persone più vulnerabili che possono cadere facilmente nelle false promesse dei trafficanti e dei loro complici. Ad esempio, quelle ragazze che sono arrivate in città dai villaggi e lavorano nelle case dei ricchi facendo le domestiche ma non ce la fanno neppure a pagare le spese più piccole. Una volta individuati questi casi, noi le identifichiamo e poi ci occupiamo di informarle sui pericoli di chi sceglie di intraprendere i viaggi della speranza. A questo scopo ci è molto utile il documentario: lo mostriamo nelle scuole, nei villaggi, nelle chiese ed anche attraverso un canale televisivo. Ogni volta che c’è una proiezione, ci accorgiamo subito che la gravità del problema arriva agli spettatori e questo grazie alle testimonianze dirette delle vittime, che sono nigeriane come loro. La visione di “How much” ha portato molte donne ad abbandonare il proposito di partire.

Che fine fanno le vittime della tratta che decidono di tornare a casa? Come vengono accolte dalle loro comunità originarie? 
Il ritorno a casa è molto difficile perché, pur libere dalla schiavitù del marciapiede, si ritrovano ad avere a che fare con problemi vecchi e nuovi. Erano partite perché non potevano studiare o non trovavano lavoro e una volta tornate si ripresentano gli stessi ostacoli. A ciò si aggiunge la perdita del rispetto a livello sociale; il reintegro nella società è molto difficile e purtroppo molte di loro, non trovando alternative, rifiniscono facilmente nel giro dello sfruttamento sessuale anche in patria per poter sopravvivere economicamente. Una volta cadute nella trappola è molto difficile uscire dal vortice della prostituzione. Per questo la cosa migliore è convincere queste ragazze ad evitare le partenze verso l’Europa, mettendole a conoscenza dei pericoli a cui vanno incontro.

Come funziona la ‘macchina’ dei trafficanti? Esiste una base propagandistica di cui si servono per convincere le persone a partire?
I trafficanti pubblicano su Facebook le foto delle ragazze schiavizzate in Europa mostrandole come se vivessero nel benessere per invogliare le loro connazionali a partire dalla Nigeria. Benin City, poi, è piena di alberghi. Eppure non è una città turistica! In realtà, queste strutture servono come base per i trafficanti che mettono in bella vista i soldi e cercano in questo modo di attirare le ragazze più vulnerabili nella loro rete. La macchina propagandistica di questi criminali opera anche attraverso alcune chiese pentecostali: ci sono autoproclamati pastori che sono complici dei clan e fungono da intermediari per reclutare le future schiave. A Benin City si vedono ovunque i loro cartelli pubblicitari sui quali promettono di far ottenere la benedizione di Dio per diventare ricchi o di far ottenere più facilmente il visto per espatriare. Questi pastori, una volta attirate le vittime con queste pubblicità ingannevoli, raccontano loro di avere un amico che può aiutarle ad andare in Europa e in questo modo le mettono in contatto con i trafficanti. Addirittura alcuni di loro si sono prestati ad officiare i giuramenti di fedeltà con cui i clan tengono in scacco le ragazze, proprio come fanno anche gli stregoni.  Lo scorso anno ci sono stati degli arresti che hanno smascherato questa rete criminale. La teologia della prosperità è pericolosa: fa passare il messaggio che il ricco è benedetto da Dio, mentre il povero è maledetto. Così, per uscire da questa maledizione le famiglie sono disposte a lasciar partire le proprie figlie nella speranza di un riscatto sociale.

Nel documentario le sopravvissute raccontano che poco prima di salire sull’imbarcazione che le porterà dalla Libia all’Italia c’è un ripensamento generale per le condizioni del mare e viene chiesto allo scafista arabo di rinunciare alla traversata, ma lui inizia a frustare i migranti e dice loro che non hanno scelta, costringendoli a procedere. Perché li obbligano a partire?
Perché in alcuni casi i ‘magnaccia’ hanno già pagato l’intermediario affinché conduca quei disperati fino alla destinazione prestabilita. In altri casi, invece, i migranti pagano per ogni tratta e chi non ha soldi è costretto ad aspettare per continuare il viaggio. Le ragazze pagano spesso con il loro corpo, i ragazzi o lavorano o chiamano parenti ed amici per farsi mandare i soldi. Se il ‘magnaccia’ ha già pagato, come nel caso del documentario, le ragazze sono già diventate schiave e devono arrivare in Europa a tutti i costi.

Qual è il ruolo delle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo? In Italia se ne parla tanto: c’è chi le elogia perché salvano vite, ma c’è anche chi le accusa di complicità con i trafficanti.
Adesso la situazione è diversa rispetto al passato. Il loro rapporto non è chiaro, ma non parlerei di complicità. Sinceramente non ho elementi per esprimermi su questo. Non sappiamo se queste Ong sappiano o meno i dettagli dei migranti che arrivano, anche se a volte abbiamo visto gli scafisti buttare in acqua le persone quando le navi stanno per sopraggiungere. Sinceramente non ho elementi per esprimermi su questo. Quello che posso dire, però, è che i trafficanti hanno dimostrato di conoscere molti dettagli e probabilmente dispongono di una rete molto informata in Nigeria, in Medioriente ed in Europa.

Nell’appello che conclude il vostro documentario, il cardinale John Onaiyekan usa parole chiare e forti rivolte alle famiglie nigeriane: “non siate stupidi e non lasciate partire le vostre ragazze perché allettati dalla prospettiva di ricchezza!”. La politica dell’accoglienza a tutti i costi predicata spesso in Europa non rischia di ostacolare l’impegno della Chiesa locale?
Ci vuole un po’ di tutto. Non possiamo far venire tutta l’Africa in Europa! E’ importante chiedere agli africani di rimanere nelle loro terre e svilupparle. Al tempo stesso, non possiamo bloccare una persona in un determinato territorio perché siamo tutti cittadini dell’universo. L’essere umano si sposta in continuazione, fa parte della sua natura. Non bisogna chiudersi, ma rimanere aperti ed accettare l’incontro. Ma occorre incoraggiare la gente a rimanere in Africa e lavorare per farla crescere. Non dobbiamo fare propaganda per far venire tutti.

L’Europa cosa dovrebbe fare per “aiutarli a casa loro”? 
La soluzione migliore sarebbe quella di contribuire a pagare gli studi delle ragazze più bisognose in Nigeria.  Lì, se studiano, trovano lavoro. Quindi, occorre istituire più borse di studio per ragazze povere. In Nigeria tutti vogliono studiare, c’è un desiderio molto grande rispetto agli altri Paesi. Un altro aiuto potrebbe arrivare contribuendo a sostenere le rette degli alloggi delle studentesse:  formandosi, queste ragazze possono diventare più qualificate e non cadere nelle facili promesse dei trafficanti.

FONTE: Nico Spuntoni

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