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Intervista. Il vescovo di Niamey: La soluzione? Chiediamoci cosa possiamo fare noi

Monsignor Djalwana Lompo: c’è gente che fugge la guerra, altra dall’assenza di prospettiva. A volte la sola alternativa è cedere a Boko Haram. E allora chiediamoci che cosa possiamo fare noi

Niamey (Niger) – La soluzione non è quella di dire: fermiamo tutto, impediamo ogni passaggio. Dobbiamo piuttosto chiederci che cosa possiamo fare per coloro che passano per il Niger». Le parole di Laurent Djalwana Lompo, arcivescovo di Niamey, il primo di origine nigerina dalla fondazione della Chiesa nel Paese circa un secolo fa, sono pronunciate nell’arcivescovado, nel centro della capitale, all’indomani della celebrazione delle cresime avvenuta osservando draconiane misure di sicurezza, visto che il Paese non vive momenti facili per la sfida del terrorismo e per quella dei flussi migratori verso l’Europa, che passano di qui per prendere la via del deserto verso Libia e Algeria.

Monsignor Djalwana, le migrazioni rappresentano un grande punto interrogativo.
In Niger, Agadez è diventata una città nodale: sono stati aperti dei campi, per aiutare a sopravvivere ma non a fuggire verso Nord. La soluzione non è quella di dire: fermiamo tutto, impediamo ogni passaggio. Dobbiamo piuttosto chiederci che cosa possiamo fare per coloro che passano per il Niger. La maggioranza di queste persone in effetti non è nigerina: cosa fa lo Stato, cosa fanno le nazioni europee, cosa possiamo fare noi? C’è gente che fugge la guerra, ce n’è altra che fugge dall’assenza assoluta di prospettive: a volte, la sola alternativa all’espatrio è cedere alle proposte in moneta sonante di Boko Haram o della delinquenza. E spesso sono le stesse famiglie che spingono i figli a partire.

Gli italiani cercano di entrare in qualche modo in Niger per mettere un freno alle migrazioni. Che cosa ne pensa?
Non credo che i soldati che l’Italia diceva di voler inviare in Niger per assicurare la sicurezza (cioè la lotta al terrorismo) possano portare qualche frutto. Noi chiediamo piuttosto che la cooperazione tra Niger e Italia non sia militare, ma per lo sviluppo. Se, ammesso ma non concesso, l’azione militare riuscisse a interrompere il flusso migratorio verso l’Europa, provocherebbe però enormi problemi a noi in Niger, per la crescita della delinquenza e la distruzione della struttura societaria e tribale del Paese.

La comunità cattolica del Niger è poco conosciuta…
È composta da cristiani di varie nazionalità, ma con una grande componente nigerina, in massima parte fuori da Niamey. La nostra piccola Chiesa (i cristiani sono l’1,5 % della popolazione complessiva) conosce un grande dinamismo con la nascita di varie vocazioni sacerdotali. La comunità è rispettata in particolare dagli hausa, cioè l’etnia maggioritaria nel Paese, musulmana. La Chiesa cattolica ha iniziato le sue attività un secolo fa con una semplice pastorale della presenza: anche dove non ci sono cristiani, o pochi, il prete cattolico vive in mezzo ai musulmani, ne condivide la vita. Aspetto collegato è quello della pastorale delle opere: scuole e Caritas in primo luogo, seguendo dei principi chiari: l’accoglienza di chiunque, al di là della diversità, e l’attenzione, sempre, a favorire dei progetti di sviluppo nel Paese. La Caritas, ad esempio, ha più del 70 per cento del suo personale musulmano. E non potrebbe essere diversamente, con un’apertura ai valori umani comuni a tutti. Altro aspetto importante è il dialogo, grazie a un centro, il CdirNiger, che ha una funzione assieme interreligiosa ed ecumenica.

Come hanno reagito i musulmani agli incidenti del 16-17 gennaio 2015, in cui furono bruciate il 70 per cento delle chiese cattoliche in Niger?
Invece di limitarsi a suscitare critiche verso gli autori delle distruzioni o a semplici messaggi di solidarietà, gli incidenti del gennaio 2015 hanno saldato la comunità nigerina, anche nella sua componente maggioritaria musulmana. È tutta la comunità nigerina che è stata attaccata, non solo la minoranza cristiana. Questo ci ha fatto capire che abbiamo tutto l’interesse a saldarci per combattere quel potente nemico che si chiama terrorismo. Ci ha permesso di capire con quali strati sociali conviene dialogare: ad esempio lo strato più vulnerabile è la gioventù, e quindi è lì che bisogna lavorare insieme. Prossimamente ad un campo promosso dai cattolici sono invitati anche i giovani musulmani. E anche con la Caritas abbiamo avviato un progetto per sensibilizzare i giovani contro la violenza.

Nel cortile dell’arcivescovado c’è un ricordo degli incidenti del 2015.
È una statua bruciata, la sola che abbiamo trovato ancora più o meno riconoscibile, Nostra Signora della Consolazione, che era custodita nella parrocchia di Sant’Agostino, inaugurata il 23 novembre 2014 e distrutta il 17 gennaio 2015.

Temete le infiltrazioni wahhabite in Niger?
Le tendenze rigoriste wahhabite sono realissime e vanno osservate attentamente. L’anno scorso, in un momento in cui avvertivamo un nuovo crescente sentimento anti-cristiano (ma soprattutto anti-governativo), abbiamo scritto al presidente chiedendo di monitorare con cura la situazione. Sapevamo di prediche in certe moschee che incitavano all’assalto delle chiese cristiane, o di minacce a sacerdoti contenute in messaggi telefonici. Credo che il governo stia facendo grande attenzione nell’evitare che tali tendenze radicali prendano troppa ampiezza e che i wahhabiti reclutino troppi giovani.

Qual è la pagina del Vangelo più d’attualità in Niger?
Il giudizio finale: qualunque sia la nostra provenienza, ci verrà chiesto come abbiamo preso in carico la nostra vita e quella degli altri. Dio ci chiederà conto di come abbiamo chiuso o meno il nostro cuore, di come avremo accolto i musulmani o meno, di come saremo stati caritatevoli. In un Paese musulmano come il nostro, il Vangelo ci interpella continuamente sulla nostra accoglienza e sulla nostra apertura.

Fonte: Avvenire.it

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