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BULLISMO. Non sempre bocciare è un fallimento

Caro direttore, mi ha molto colpito il titolo dell’articolo di Ferdinando Camon, pubblicato su ‘Avvenire’ di domenica 22 aprile 2018: «Giusto bocciare i bulli (ma è un fallimento)»

mi ha molto colpito il titolo dell’articolo di Ferdinando Camon, pubblicato su ‘Avvenire’ di domenica 22 aprile 2018: «Giusto bocciare i bulli (ma è un fallimento)». Premetto che non intendo assolutamente esprimere riserve sul contenuto, che condivido, e neppure valutare il caso specifico, mi preme invece esprimere un parere in merito alle bocciature.

Questo strumento viene spesso considerato come un «fallimento» educativo e sotto tale prospettiva da una parte si configura come argomento ricattatorio da parte dei genitori e dall’altra come senso di colpa da parte dei docenti. Per chi ha vissuto più di quarant’anni nella scuola come insegnante e poi come dirigente, la questione si configura in modo diverso. La bocciatura è un fallimento solo se il consiglio di classe non ha posto in atto tutti i mezzi umanamente possibili per scongiurare questa decisione: non ha cioè seguito lo studente sotto il profilo culturale, educativo ed emotivo.

Questo è stato il criterio cui mi sono attenuto di fronte a decisioni difficili. Se in scienza e coscienza ero giunto alla conclusione che quanto umanamente possibile era stato messo in atto, votavo per la bocciatura… con dispiacere, lo ammetto, ma come atto doveroso nei confronti di una persona che continuavo a stimare e a rispettare. Non esiste l’onnipotenza educativa. Proprio un mio alunno mi ha fatto capire che occorre rispettare la libertà di chi sbaglia. Dio stesso rispetta la nostra libertà nel momento in cui sbagliamo, anche se ci fornisce tutti i mezzi per camminare sulla retta via.

Certo, occorre porre in atto tutte le strategie che possano scongiurare questa decisione, che vanno da una didattica personalizzata, al colloquio, al coinvolgimento dei genitori, alla valutazione delle difficoltà che l’alunno sta incontrando, al controllo periodico della situazione da parte del consiglio di classe, alla proposta dei valori della cultura. Ma tutto ciò, se da una parte abbassa notevolmente il tasso di bocciatura, non lo elimina del tutto. La bocciatura, infine, non deve affatto coinvolgere la sfera della personalità, ma solo il livello di apprendimento.

Si fa il bene di un ragazzo promovendolo senza che abbia acquisito le conoscenze e le competenze che gli permettano di seguire in modo proficuo gli insegnamenti della classe successiva? Non lo si pone in ulteriori difficoltà? Promovendo, certamente si elimina ogni sorta di bega e di critica, ma non ci si assume una autentica responsabilità educativa che comporta anche il conflitto interno ed esterno.

 Fonte: Giuliano Ladolfi | Avvenire.it

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