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Cattolici in politica ormai in ordine sparso e alla ricerca di un nuovo ruolo

Il voto del 4 marzo dimostra che non vi è spazio alcuno per un «partito cattolico» e nemmeno per una presenza identitaria all’insegna dei valori «non negoziabili». Occorre piuttosto avere una parola forte e un atteggiamento vigile che ricordi alla politica i suoi limiti e il suo fine: ordinare la società al bene, accettando e governando i conflitti.

Di fronte all’esito del voto del 4 marzo l’opinione pubblica ha espresso sorpresa per la novità di un quadro parlamentare in fortissima discontinuità col passato e ha concentrato le proprie attenzioni su alcune questioni certamente rilevanti: la crisi del centro sinistra e in particolare del Partito Democratico da un lato, la complessa costruzione di una maggioranza parlamentare dall’altro. Si tratta di preoccupazioni dettate dalla consapevolezza della necessità di dare al paese un governo, evitando attese che potrebbero rendere fragile la sua posizione internazionale.

E tuttavia in questa lettura del dato politico uscito dalle urne si rischia di non cogliere nodi ben più profondi e problematici e dai quali si deve partire per provare a dare una prospettiva percorribile al paese. Le molte ragioni che hanno determinato un voto che ha due vincitori sono certamente molteplici, ma fra queste sembra di particolare rilievo l’esistenza di due drammatiche fratture che si sono prodotte nel tessuto sociale e culturale del paese e che si sono saldate nel corso degli anni a causa di un’assenza di politica e di pensiero politico.

Esiste nel nostro paese una spaccatura, che si è fatta via via più ampia, fra i ricchi e i poveri, frutto di una crisi del sistema fiscale, dello stato sociale e degli strumenti di promozione sociale, come scuola e università, che hanno causato un blocco del sistema di redistribuzione della ricchezza. Questa lacerazione sociale si è ulteriormente acuita con la crisi occupazionale, che non si riduce soltanto ai numeri del tasso di disoccupazione, ma si allarga alla questione della qualità del lavoro e di una politica salariale inefficace se non addirittura inesistente.

Questo iato sociale si è sovrapposto con una spaccatura di ordine culturale e politico che ha i contorni geografici dell’antica dialettica fra il Nord e il Sud e le cui radici affondano in un abbandono delle regioni meridionali da parte della politica che ha alimentato la diffusione di corruzione e malcostume e aggravato l’impoverimento sociale di metà del paese.

È questo che si cela sotto il velo delle percentuali raccolte dai partiti, che sarebbe superficiale ridurre a un gigantesco voto di protesta o al semplice piegarsi dell’elettorato a interessi utilitaristici. Le proporzioni del risultato elettorale dicono di un voto che è tutto politico e che si traduce in un consenso coagulatosi attorno a proposte politiche che, per quanto difficili da realizzare se non addirittura impossibili, si sono rivelate capaci di intercettore la radicalizzazione delle lacerazioni profonde del quadro italiano.

Di fronte a questi esiti si pone la questione del ruolo dei cattolici, che i diversi contendenti di questa campagna elettorale hanno evocato nel tentativo di coinvolgerli dentro il frazionamento partitico. Lo ha fatto chi ha invitato il «popolo delle parrocchie» a schierarsi in ragione di un principio di esclusione che dovrebbe rendere «non votabili» altre formazioni politiche, sovrapponendo, forse per non conoscenza, la tradizione cattolico-democratica alla Chiesa che è Popolo di Dio. Lo ha fatto chi nei mesi precedenti ha goduto di aperture di credito da parte della stampa cattolica e ha cercato sponde sia nelle gerarchie che nelle parrocchie tentando di ascrivere la propria supposta diversità morale come il discrimine per godere del consenso dei credenti. Lo ha fatto chi ha inscenato un «giuramento» sul Vangelo e con il rosario in mano, confondendo la responsabilità laica di chi è chiamato ad avere come guida la Costituzione repubblicana con l’orizzonte di una Parola che è sempre giudizio di misericordia. Lo ha fatto anche chi ha riproposto il cattolicesimo come identità politica, secondo uno schema nel quale la testimonianza di fede e quella politica coincidono rischiando di ridurre l’essere cristiano all’adesione ad un elenco rigido e assoluto di valori e principi.

Dentro il panorama elettorale che si è prodotto, il «voto cattolico» non ha più un’identità riconoscibile ma ha piuttosto aderito agli orientamenti, alle tensioni e alle paure del paese. Tutto questo dice come il voto, anche quello dei cattolici, sia oggi determinato da valutazioni politiche, forse a volte non troppo elaborate, ma certamente non determinate da un metro di giudizio di ordine dottrinale. Ma dice anche che nella crisi finale di un sistema di partiti che, dopo il 1992-1993, si era articolato nella dialettica fra centrodestra e centrosinistra, non vi è spazio alcuno per un «partito cattolico» e nemmeno per una presenza identitaria all’insegna dei valori «non negoziabili». Significativo al riguardo il profilo discreto tenuto dalla presidenza della Cei, che nei mesi scorsi ha cercato di ricondurre la politica alle proprie responsabilità e alla necessità di ricercare il bene comune, piuttosto che definire carte d’identità ad uso delle coscienze degli elettori.

Sarebbe tuttavia sbagliato pensare a questo passaggio storico come ad un momento in cui i cattolici italiani possano permettersi di confinare la propria dimensione religiosa nelle mura delle chiese. Proprio di fronte alle ferite aperte del paese, il Vangelo mette a nudo le responsabilità del passato ma al tempo stesso rivela l’evanescenza di soluzioni presentate come risolutive e in realtà fragili e disincarnate dalla realtà. Quella che la Chiesa italiana ha davanti è una realtà sociale, politica, economica e culturale nella quale si deve ripartire dal principio di laicità che rende il religioso libero e come tale capace di essere fonte di punti di riferimento. Occorre ripartire dall’idea che il saeculum non è l’assenza di Dio, ma quella categoria temporale, superiore agli spazi sociali o partitici che si possono o meno occupare, che restituisce la politica alla storia e alla vicenda umana. Da qui nasce la consapevolezza che il valore della distinzione fra essere cristiano e appartenere ad un partito non significa indifferenza fra i due piani. Perché essere cristiani vuol dire rimettere al centro la ricerca della giustizia, della libertà, della dignità della persona e dunque rende impossibile una neutralità politica.

Si delinea allora, dopo il 4 marzo, il profilo di una funzione storica a cui è chiamato il cattolicesimo italiano che non è la costruzione di nuove formazioni partitiche, ma piuttosto quella di avere una parola forte e un atteggiamento vigile che ricordi alla politica i suoi limiti e il suo fine: ordinare la società al bene, accettando e governando i conflitti per comporli in nome di una visione superiore. Si tratta di riaffermare quella distinzione fra il politico e il partitico in virtù della quale il secondo è cruciale per il primo, ma solo nella misura in cui resta lo strumento con cui i cittadini, come ricorda la nostra carta all’art. 49, concorrono «con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Fonte: Riccardo Saccenti | ToscanaOggi.it

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