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Alessandro D’Avenia: La formula dell’acqua

Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno: considerate «la formula» dell’acqua, e solo dopo «la forma» come ha fatto il Guillermo del Toro da Oscar. Nella molecola H2O ciascun elemento dà all’altro ciò di cui ha bisogno per costruire il legame più semplice e compiuto dell’universo. È da questa relazione che dipende la vita. La formula dell’acqua diventa così la più cristallina lezione sulle relazioni: esse danno vita, sono generative e rigenerative, solo quando uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, altrimenti sono degenerative. Lo mostrano le parole di una studentessa rinata in una nuova scuola dopo una bocciatura: «Fu la frase di un docente a farmi gettare la spugna: “Sai qual è il tuo problema? Che anche se t’impegnassi non riusciresti a raggiungere il livello della tua classe”. Uscii da quella scuola per non tornarvi più. Ora sono felice. Ho trovato persone che mi hanno permesso di ricominciare, a cui non importava che avessi perso un anno. Oggi sono tra le ragazze con la media più alta della scuola e la parte migliore è che non m’interessa, sa perché? Perché mi hanno insegnato a studiare per stare bene, per poter affrontare ogni tipo di conversazione, per poter pensare liberamente. L’hanno fatto involontariamente, si sono limitati a entrare in classe e a fare il loro lavoro, e sanno farlo davvero bene perché lo amano. Vedo i loro occhi brillare prima dell’inizio di ogni lezione, anche quando sono stanchi. Il professore di filosofia una volta ci ha parlato del legame che esiste nello Zen tra maestro e allievo e che lui applica alle lezioni: i shin den shin che significa da mente a mente, da cuore a cuore. È proprio ciò che si crea durante le loro lezioni, un legame che parte dalla mente e arriva al cuore, prima ancora dell’uso delle parole». La rinascita di questa ragazza è l’effetto di quelli che potremmo chiamare «legami H2O».

Siamo immersi in tanti tipi di relazioni e dalla loro qualità dipende tutta la nostra vita. Non si tratta di sentimentalismo, ma del puro e semplice frutto dell’evoluzione umana. Siamo l’unico essere vivente che rimane «precario» a lungo, infatti a differenza degli altri animali l’autonomia del bambino è frutto di un processo molto lento. Perché la natura ci mantiene fragili per un tempo di vita tanto prolungato? Il fine è ottenere le fondamentali relazioni di cura che garantiscono al bambino e all’adolescente l’ambiente adatto perché il cervello concluda il suo sviluppo attorno ai 18-20 anni. La natura non fa niente inutilmente e per questo motivo quel tempo va curato in modo speciale, perché si attivino e strutturino le connessioni necessarie a sopravvivere, ma soprattutto a vivere secondo la specificità umana. E ciò dipende quasi esclusivamente dalle relazioni in cui siamo immersi.

La lunga «fragilità» del bambino e dell’adolescente genera un «sistema di cura» unico rispetto agli altri animali, ed è definito per questo dalla scienza «a tre opzioni», perché sviluppa tre tipi di relazioni: il legame stabile della coppia dei genitori che hanno fornito le due metà del corredo genetico (per gli animali la cura è appannaggio quasi esclusivo della madre); il ruolo delle nonne (dei nonni come conseguenza), uniche femmine a vivere a lungo, quando smettono di essere fertili, per essere «generative» con i nipoti; le cosiddette relazioni alloparentali, cioè le cure prestate ai bambini o dalla cerchia parentale o da estranei con compiti educativi. Gli antropologi ci confermano che la combinazione di queste relazioni è il frutto del modo unico in cui l’uomo protegge la sua lenta ma straordinaria crescita. Alla luce di questo Alison Gopnik, luminare dello sviluppo infantile e adolescenziale, afferma che fare i genitori non è un lavoro, e non perché non richieda impegno, ma perché educare non significa «produrre» oggetti. Lo scopo dei genitori (e di tutti gli educatori) non è, infatti, plasmare un particolare tipo di bambino, cosa che riduce l’educazione a una serie di prestazioni da ottenere e genera, in questo modo, ansia in chi educa e in chi viene educato. I genitori sono invece chiamati a curare le relazioni, tra loro e attorno al bambino. Allo stesso modo i docenti sanno che insegnare non è riempire una testa di nozioni, ma mettere quella testa in condizioni di imparare autonomamente, perché l’apprendimento non si può produrre ma solo facilitare. Ciò che fa crescere un bambino o un adolescente non è qualcosa che riguarda solo lui, ma innanzitutto noi, che cresciamo nel farlo crescere. In altre parole, possiamo dire che noi non ci prendiamo cura dei bambini perché li amiamo, ma li amiamo perché ci prendiamo cura di loro. E loro di noi. Le cure richieste da un bambino o da un adolescente generano effetti che superano la relazione stessa: nelle relazioni generative 1+1 fa 3, proprio come l’acqua.

Solo così fare il genitore, ed educare più in generale (dal docente alla tata), viene restituito alla sua più naturale vocazione: prendersi cura. Di cosa? Di una relazione capace di dare all’altro ciò di cui ha veramente bisogno. Ci avviliamo quando figli e alunni non risultano confacenti alle nostre aspettative, ma prima facciamo i conti con questo necessario smacco e meglio è, per il semplice motivo che la crescita non è la misurazione di un risultato controllabile, ma il frutto dell’avere messo il bambino o l’adolescente nelle condizioni migliori di crescere, cioè di diventare quello che è già ma non ancora. Lo dico spesso ai genitori dei miei studenti: loro non somigliano a voi presi singolarmente, ma alla qualità della relazione fra voi due e a quella con loro. La forza interiore a cui attingo nella mia vita di adulto l’ho ricevuta dalla forza del legame tra i miei genitori durante la mia formazione: nel bene e nel male una parola o un gesto in quel periodo producono l’eco per tutta la vita.

Più di tutti gli animali l’uomo reagisce all’atto stesso della cura, cioè cresce grazie alla qualità e alla molteplicità delle relazioni. Se un bambino è immerso in legami H2O riceverà da queste relazioni ciò di cui ha più bisogno per compiersi e, senza saperlo, farà lo stesso con chi lo cura: l’educatore, infatti, amplierà la sua capacità di amare. Non è intasando il tempo di un bambino con mille corsi che si ottiene l’adulto che speriamo, ma passando molto tempo a giocare con lui, perché il gioco, non avendo secondi fini, è la cura stessa della relazione e la palestra migliore per rendere il cervello duttile e aperto all’esplorazione. Serve molto di più curare pranzi e cene insieme che dare mille ordini, perché il tempo che gli umani dedicano al cibo non è tempo dedicato a nutrirsi, ma a stare insieme mentre si nutrono. Abbiamo fatto tavoli e sedie per questo. Mi ricordo con gratitudine quando mia madre mi aspettava fino a tardi per non lasciarmi pranzare da solo dopo la scuola. Non è obbligando un adolescente a infinite ore di scuola che si garantisce la passione per l’apprendimento, ma è trasformando quell’ora in spazio di relazioni profonde con l’argomento studiato e, attraverso di esso, con se stessi e gli altri. Non posso scordare quando il mio professore ci fece ascoltare una sonata di Beethoven per raccontarci il romanticismo. Da quel giorno il pianoforte del maestro mi accompagna e imprime il ritmo che voglio dare alle pagine che scrivo. Gioco, tavola, ore di lezione sono solo alcuni esempi di spazi ordinari per relazioni H2O.

Una scuola basata sulle prestazioni più che sulle relazioni è inefficace, perché l’apprendimento non è addestramento alla performance come per un animale, ma assunzione autonoma del sapere consolidato per affrontare qualsiasi prova (lo specifico del cervello giovane è innovare partendo da ciò che è valido in una tradizione). Gli educatori non sono falegnami, Geppetto non può rendere Pinocchio un bambino vero con i suoi strumenti. Gli educatori somigliano più a giardinieri che mettono terra e semi in condizione di dar frutto, ma il modo in cui accadrà è soggetto alle variabili del caos della vita e soprattutto al tempo, che in biologia non conosce sconti o recuperi tardivi. Il tempo non dato a un bambino o a un adolescente non ci viene restituito.

Cercare di determinare il risultato di uno studente o un figlio sulla base di una catena di montaggio è dispendioso e inutile, invece tutto sta nell’immergere i ragazzi in relazioni H2O. Questo li renderà forti ma al contempo malleabili, capaci di trovare soluzioni nuove e adeguarsi creativamente all’imprevisto (soprattutto nei periodi di crisi). Oggi preferiamo curare le nostre aspettative moltiplicando rassicuranti performance esteriori, più che curare le relazioni con attenzioni che ci impegnano in prima persona. Eppure le righe della studentessa mostrano con chiarezza qual è il letto da rifare oggi, che cosa fa morire e rinascere i ragazzi: curare la qualità delle relazioni più che la quantità delle prestazioni.

La formula dell’acqua genera la forma dell’acqua, in cui convivono profondità e superficie, forza e versatilità, trasparenza e colori, freschezza e fecondità, continuità e novità...

Tutte le qualità che auguriamo ai nostri studenti, ai nostri figli.

Fonte: Alessandro D’Avenia | Corriere.it

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