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Aborto: la negazione della vera libertà

La legalizzazione dell’Ivg non salva la vita, la distrugge. Ecco perché

Ni una menos” (“non una di meno”) – il movimento femminista nato in Argentina sulla scorta delle proteste contro numerosi casi di femminicidio – è impegnato in una battaglia contro gli aborti clandestini e sta chiedendo a gran voce una legge per la regolamentazione delle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg). “Ni una menos por abortos clandestinos” – questo il nome della campagna lanciata dal cartello – sostiene che il riconoscimento dell’Ivg scongiurerebbe il rischio di morte delle puerpere derivante dagli aborti illegali, dando alle stesse la possibilità di rivolgersi al sistema sanitario laddove, per ragioni personali, non intendano dare alla luce una nuova vita. Ciò si ricollega a quella discutibile mentalità, tipica degli abortisti, secondo cui la penalizzazione del trattamento limiterebbe l’autonomia delle donne e la loro libertà.

La scelta

Le motivazioni che conducono a una scelta tanto dolorosa possono essere molteplici: la mancanza di un rapporto stabile, l’essere rimaste incinte in età adolescenziale o a seguito di una violenza sessuale, le difficoltà economiche, malattie e gravi malformazioni del feto capaci di mettere in pericolo la vita della futura mamma. La campagna portata avanti dalle femministe, in tutto ciò, parte dall’equiparazione fra libertà e pura autonomia umana. Le donne – nel caso specifico – sono, dunque, considerate libere di decidere, “padrone” del loro corpo e di tutto ciò che accade o non accade in esso.

Rifiuto della vita

Urge a questo punto una rilfessione. La legalizzazione dell’aborto, infatti, oltre a mettere in pericolo la vita e la salute di tante donne, pone fine all’esistenza di una nuova creatura. Ciò in quanto si consideri il feto come un essere umano a tutti gli effetti. Gli anti-abortisti, pertanto, cercano  di venire incontro alle famiglie, ai loro bisogni, adottando misure di protezione familiare e di assistenza alla persona mediante sussidi per i nuclei e le ragazze-madri, attraverso il sostegno di tante istituzioni e realtà. La “Comunità Papa Giovanni XXIII”, ad esempio, offre alle future madri altre opportunità di vita per loro e per i futuri figli. “Liberarsi” di un figlio non significa far scomparire i problemi e le difficoltà della vita: questa è sempre fatta di gioie e di dolori, di angosce e di speranze. Certamente noi non possiamo metterci al posto di Dio per giudicare le persone che decidono di abortire, ma allo stesso tempo chi decide di interrompere la gravidanza non può considerarsi Dio e decidere chi abbia diritto di vivere o meno.

Il caso cinese

Legalizzando l’aborto si corre il rischio di naturalizzare tale scelta, il che, oltre che la negazione della vita dell’altro, potrebbe condurre ad altre perversioni. Negli anni ottanta, nel quadro di misure per il controllo delle nascite, si legalizzò l’Ivg in Cina, facendo crescere in maniera esponenziale l’ideologia “maschilista”. I futuri padri sollecitavano, alle loro mogli, un’analisi previa per determinare il sesso di quello che sarebbe stato il loro figlio. Questo esame permetteva, e giustificava, la pratica discriminatoria dell’aborto selettivo a motivo del sesso (attualmente illegale nel Paese asiatico): nel caso della nascita di una figlia femmina si faceva interrompere la gravidanza. Interruzione dovuta alla presunta superiorità dell’uomo nei confronti della donna. Ad esempio, in molte regioni della Cina esiste la convinizione che la donna, una volta sposata, diventi parte della famiglia dello sposo, perché gli uomini –si crede – possono farsi carico dei propri genitori una volta raggiunta la vecchiaia: per questo motivo si decideva di abortire nel caso della nascita di una femmina.

La strage nascosta

Per illustrare la gravità della situazione, nel 1990 Amartya Sen fece alcuni calcoli statistici scoprendo che il numero di donne che non erano più in vita a causa dell’aborto selettivo o di pratiche discriminatorie era dell’11% inferiore rispetto quello che avrebbe dovuto essere se la Cina avesse avuto un indice di sesso naturale. Questa percentuale, insieme alle statistiche mondiali, arriva ad un totale di più di 100 milioni di donne “perse”. In altre parole, agli inizi del 1990, il numero di donne venute a mancare era “maggiore del numero delle vittime di tutte le carestie del XX secolo”.

La doppia natura della libertà

Ciò che qui viene chiamato in causa è lo stesso concetto di libertà. San Tommaso D’Aquino diceva che occorre distinguere due aspetti: da una parte quella che si chiama “libertas minor” e, dall’altra, la “libertas maior”. La prima (livello ontologico) consiste nella facoltà di scegliere, vale a dire il libero arbitrio. Ma questa è solamente una parte della libertà. Tale riduzione del concetto di libertà, lascia da parte la “libertas maior” (livello morale). Per esercitare la libertà non è sufficiente il “libero arbitrio”; questo è solo il primo livello della libertà. Bisogna quindi tenere in conto i mezzi e le finalità. La libertà per il Bene consiste nel passaggio dalla “libertas minor” alla “libertas maior”, che chiama in causa anche la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri. Essere responsabili nei confronti di qualcuno significa saper ascoltare profondamente la voce e i desideri dell’altro e fare in modo che, con le nostre azioni, possiamo apportare il Bene. La radice della parola responsabilità deriva infatti dal latino respondeo (rispondo): la risposta, che è l’azione, presuppone un ascolto, un incontro. Siamo liberi se facciamo agli altri ciò che vogliamo che gli altri facciano per noi. È la regola aurea del Vangelo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Il dono

Quando una donna decide di optare per una maternità difficile fa trionfare l’Amore e la Vita. Dio dá la capacità di scegliere tra il bene e il male. In conclusione, il tema dell’aborto non è una questione ideologica cosi come si presenta nella campagna “Ni una menos”, ma è una questione morale, relazionata strettamente con il tema della libertà. La donna, in se stessa, ha la capacità di generare altra vita. La libertà non si pone in atto eliminando questa vita, ma, al contrario, accettandola come un dono.

fonfe: Patricia Regalado Colorado | InTerris.it

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