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Dentro l’abbazia di Pomposa una “summa” del Medioevo

Marcello Simoni, famoso per i suoi romanzi storici, scrive un saggio sui misteriosi affreschi dei benedettini

Il grande pubblico lo conosce per i suoi romanzi storici, le saghe di finzione letteraria ambientate in un Medioevo ricostruito meticolosamente. Marcello Simoni si è costruito da tempo un seguito fedele di lettori che hanno eletto libri a come Il mercante di libri maledetti o La biblioteca perduta dell’alchimista a successi internazionali, amati per il mix ben calibrato di thrilling e ambientazione esoterica.

Apparentemente meno ambiziosi de Il nome della rosa, ma in definitiva intessuti dello stesso rigore filologico. Alla base dell’interesse dello scrittore romagnolo (Simoni è di Comacchio) per i secoli oscuri ci sono i suoi studi di archeologia e l’attività di bibliotecario, che di fatto ha finito per orientare anche sensibilità e gusto delle sue incursioni nella fiction sui modi extravaganti di Lovercraft e Potocki.

In particolare, Simoni nutre da sempre una magnifica ossessione per l’abbazia di Pomposa, nel territorio di Codigoro: porto delle nebbie a ridosso del Po di Volano, carico di atmosfere bassaniane, una volta battuto dai viandanti perché di fatto collocato lungo la via Romea, oggi certamente più eccentrico, consegnato a un destino contemporaneo di scampagnate domenicali più o meno distratte. Prima di diventare un bestsellerista, Simoni ha scritto per anni articoli specialistici sugli affreschi dell’abbazia benedettina, per lo più per la rivista Analecta Pomposiana, destinata a una circolazione limitatissima, che difficilmente supera le mura della biblioteca del seminario arcivescovile di Ferrara. Eppure il rapporto tra lo studio austero di quelle raffigurazioni trecentesche e le fantasmagorie di cui si compongono le saghe di monaci, cavalieri e inquisitori è strettissimo. Le prime, confinate sino a oggi nei contributi sparsi in bollettini per iniziati di questioni iconologiche, sono il materiale che innesca l’immaginario da cui nascono le seconde.

Oggi Simoni compie quello che i frequentatori dei suoi romanzi possono in qualche modo accogliere come un affondo autobiografico, una specie di ritorno alle radici della propria ispirazione, nelle forme di un saggio monografico che però ha vita autonoma nell’ambito delle opere dedicate allo studio dell’iconografia medioevale. I misteri dell’abbazia di Pomposa. Immagini, simboli e storie (pag.350, euro 20), appena pubblicato per i tipi de La nave di Teseo, prova a ricostruire il sistema di simboli del monaco medioevale, per cui ogni oggetto visibile rimandava a «un significato più alto e segreto dell’esistenza», penetrando così nella grammatica visiva di un mondo in cui guardare era cosa diversa da vedere.

Simoni chiama in causa esplicitamente la vista interiore che secondo il commento al Cantico dei Cantici di Gregorio di Nissa consiste nel farsi guidare dalle cose visibili verso la natura invisibile. «Nel Medioevo cristiano qualsiasi cosa-pianta, animale, parola, melodia-diventa il tassello di un mosaico di significati nascosti». L’arte sacra è il luogo dove la densità di simboli è più fitta, senza che la storia narrata smarrisca la sua concretezza documentaria. Ogni episodio, ogni immagine è reale di per sé, ma nel contempo contiene un’allegoria, che va a occupare una posizione inequivocabile nel sistema di rivelazioni che si dischiudono progressivamente, per gradi, sino alla verità celeste.

Il ciclo pittorico dell’abbazia di Pomposa non è distante per tempi di realizzazione dalla Divina Commedia di Dante, in cui la concezione figurale esplicata da Auerbach trova piena espressione. Nelle scene del Vecchio Testamento, così come nelle terzine dantesche, ogni fatto ne preannuncia uno relativo alla venuta di Cristo, e dunque del Nuovo, come forma di profezia reale, di un episodio cioè che contiene l’annuncio di un altro avvenimento. La narrazione parte dalla navata, con le storie della Bibbia e del Vangelo, per poi arrivare all’Apocalisse e, in controfacciata, al Giudizio Universale. E se nell’abside riconosciamo la personalità di Vitale degli Equi, il maestro del gotico bolognese che Longhi, Arcangeli e Salmi porranno al principio del corso moderno dell’arte padana, a costituire il mistero più grande delle pitture di Pomposa è il genio anonimo di un artista (o di un team di pittori), guidato da un supervisore/committente -probabilmente un monaco benedettino identificabile in Andrea da Fano- informato puntualmente su tutte le conquiste coeve dell’arte europea, dallo stile cortese internazionale alle reminiscenze della cultura romana e bizantina.

Simoni prova a decifrare la scelte iconografiche compiute da questo raffinato abate, con una lettura comparata che pone idealmente su di un tavolo le immagini del ciclo pomposiano e sull’altro i richiami alla riforma cluniacense, alla tradizione bretone dei cavalieri della Tavola Rotonda, agli avori salernitani, alle stilizzazioni che comparivano in capitelli, oggetti di oreficeria, miniature. Quasi che questa sede abbaziale, che dopo la Grande Peste di metà Trecento doveva apparire impoverita, circondata da acque insalubri e gravata dalla profonda crisi spirituale in cui era sprofondato tutto il mondo benedettino, potesse ancora ergersi a modello e compendio di tutto il sapere dell’epoca, com’era stato all’epoca del fiorire della sua ricchissima biblioteca e dell’economia curtense delle sue vallate, o al culmine dello splendore della tradizione di canto sacro che vi aveva introdotto Guido d’Arezzo.

Il libro di Simoni va dunque collocato accanto a compendi classici come la Storia dell’arte cristiana di Jan van Laarhoven. Sceglie, infatti, come oggetto monografico quello che di fatto è il momento germinale di tutte le vicende figurative dell’Europa cristiana. Non è un miraggio affiorante dalla nebbia: con la guida di questo libro prezioso, dalla depressione di Pomposa, dall’interno di quella navata spoglia, istoriata da un artista senza nome, si può abbracciare l’intera vicenda della nostra cultura iconografica, sino al XVII secolo e oltre. Dal particolare all’universale, proprio come nelle intenzioni dell’inventore di questi ciclo sino a oggi oscuro, che torna a parlare una lingua intellegibile in ogni passaggio.

Fonte: Andrea Dusio | Il Giornale.it

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