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Don Emilio Majer, il sacerdote bergamasco che ha animato il territorio con il cinema

Si è spento ieri (2 gennaio 2018), all’età di 95 anni, il sacerdote bergamasco don Emilio Majer, legato al mondo del cinema sin dall’immediato Secondo dopoguerra, cinema che ha contribuito a diffondere tra parrocchie e oratori in Lombardia e nel resto del Paese in oltre di mezzo secolo di attività. “Una figura importante – riconosce don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – per il territorio bergamasco, ma non solo. La Chiesa cattolica italiana non può che ricordare con attenzione e partecipazione la scomparsa di questo pastore, che ha usato il cinema per stare accanto al suo gregge, per sfiorare l’animo delle persone attraverso l’arte cinematografica”.

L’intuizione nel dopoguerra di diffondere il cinema nell’oratorio

Classe 1922, originario di Romano (Bergamo), don Emilio Majer viene ordinato sacerdote nel 1945 ed è tra i primi presbiteri, insieme a don Giuseppe Gaffuri e don Francesco Ceriotti, a intuire le potenzialità educative e pastorali del cinema. “Come prete – diceva don Majer – sono partito da un cinema considerato ricreazione e divertimento per scoprirne poi la componente culturale e pastorale. A Gandino, dove ero curato nel 1945, ho cominciato con il cineforum in una sala senza vetri per via di uno scontro tra partigiani e repubblichini e la gente veniva al cinema portandosi un mattone riscaldato per non gelare”.

Don Majer vedeva nel cinema, in particolare, un’occasione per avvicinare la comunità, per aprire un terrendo di dialogo e confronto libero. Non a caso, soleva ripetere: “Se in chiesa parla solo il sacerdote, nelle sale dei nostri oratori parla anche la gente. C’è dialogo e questa è un’occasione preziosa per pre-evangelizzare. Molto spesso ho visto partecipare ai cineforum, anche attivamente, persone che non avevano mai messo piede in chiesa”.

Come ricorda mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione (SpC) della Santa Sede, “con don Majer si conclude un’epoca dell’associazionismo cinematografico cattolico iniziato con la passione e la competenza di don Giuseppe Gaffuri e don Francesco Ceriotti, con l’arguzia teologica di mons. Luigi Pignatiello, con la forza di don Danilo Cubattoli di Firenze”.

In prima linea con Sas e Acec

Una figura emblematica, don Majer, non solo per la prassi pastorale e culturale, ma anche sotto il profilo organizzativo e professionale, dirigenziale. È stato anzitutto dal 1965 al 2008 responsabile del Servizio assistenza sale (Sas) della diocesi di Bergamo, comprendendo la necessità di mettere accanto al lavoro di programmazione dei cinema parrocchiali un servizio di diffusione delle pellicole, arrivando a ricomprendere così anche zone periferiche o disagiate. Credendo fortemente nella formula “un cinema ogni campanile”, don Majer aveva capito come “la questione cruciale della produzione culturale fosse la distribuzione”. Puntualizza così mons. Viganò, che aggiunge: “Creò così una struttura a Bergamo che distribuiva i film per le numerose sale su un territorio complesso come quello bergamasco, che ha città e cittadine, ma che non può permettersi di abbandonare le valli con i molti cinema parrocchiali”.

Negli anni della trasformazione dei cinema parrocchiali in Sale della comunità – guidata dalle Note pastorali della Cei “Finalità e organizzazione delle sale cinematografiche dipendenti dall’autorità ecclesiastica” (9 gennaio 1982) e “La sala della comunità: un servizio pastorale e culturale” (25 marzo 1999) – don Majer viene eletto presidente dell’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), rimanendo in carica dal 1981 al 1999. Anni di fatto molto complessi, segnati dalla crisi del sistema cinematografico a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, crisi che ha portato numerosi cinema alla chiusura.

L’attuale presidente Acec, don Adriano Bianchi, riconosce il ruolo determinante di don Majer per l’Associazione, definendolo “un ‘prete di frontiera’ sul versante della comunicazione. Ci teneva molto che anche i giovani preti fossero introdotti all’arte cinematografica, fondamentale per il loro cammino di formazione”.

E sempre degli anni della presidenza di Majer all’Acec, mons. Viganò ricorda: “Don Emilio ha accolto lo stile innovatore nella rivista, nelle scelte delle modalità dei campi di formazione, nell’apertura d’interesse per il cinema anche all’ambito della catechesi. Di lui si ricordano soprattutto le schede cinematografiche che raccoglievano le maggiori recensioni dei film usciti: un bagaglio enorme molto utile anche a studiosi e a ricercatori”.

L’eredità di don Majer in un panorama mediale in trasformazione

“A Bergamo, in diocesi, ci sono circa 80 sale della comunità attive nelle parrocchie e nei loro oratori. E questo lo si deve principalmente a don Emilio”. È quanto sottolinea don Michele Falabretti, attuale responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, che si è formato con don Majer nella diocesi lombarda, accanto a lui per circa quarant’anni.

Un’eredità quella di don Majer che non è solamente locale, ma di fatto di respiro nazionale. Il pensiero lungimirante di don Emilio resta oggi un modello nell’abitare la proposta culturale cinematografica sul territorio, in un contesto in profonda evoluzione, segnato dai digital e social media, dalla diffusa presenza di “device” portatili che alterano le modalità di fruizione del film e dei contenuti audiovisivi.

La sala cinematografica, e nello specifico la Sala della comunità, è e rimane un punto di riferimento per lo spettatore, anche se non più l’unico; luogo da salvaguardare e valorizzare in una stagione di radicale cambiamento, per assicurare alla comunità tutta una continua funzione cultuale e pastorale. Come del resto viene ricordato nel volume “I nuovi cinema paradiso” (Edizioni Vita e Pensiero 2017), ricerca promossa dall’Acec e dall’Università Cattolica di Milano: “La SdC è innanzitutto un avamposto culturale e sociale, ma anche un ambito capace di generare economia, occupazione e profitto. Un guadagno durevole, se si è disposti a scommettere di fronte al cambiamento, alla richiesta di aggiornamento. Un giocarsi che chiede però la forza di non smarrire il proprio specifico, la propria identità culturale”.

Fonte: AgenSir.it

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