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Anniversario. Charlie Chaplin, la maschera del Novecento

Il 24 dicembre 1977 moriva il genio del cinema. Dall’infanzia difficile ai capolavori. Il suo “Charlot” ha rivoluzionato la comicità, senza di lui non avremmo avuto Totò

«Ricordo una sera a Londra nella stanzetta del nostro seminterrato, io, convalescente a letto, e mia madre. Ella leggeva, recitava e spiegava il Nuovo Testamento in un modo inimitabile trasmettendomi l’amore e la pietà di Cristo per i poveri e i bambini. Parlò della Sua tollerante comprensione per i peccatori della donna che doveva esser lapidata e delle parole che Cristo disse alla folla: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Parlò dell’odio e della gelosia dei sommi Sacerdoti e dei Farisei. Parlò di come lo avevano spogliato e flagellato e mettendoGli sulla testa una corona di spine, Lo avevano coperto d’insulti; parlò di Barabba, il ladrone che moriva con Lui sulla croce chiedendo perdono, e di Gesù che diceva: “Oggi sarai con me in Paradiso”. E di quando, alla fine della Sua straziante agonia, gridò: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. E a questo punto scoppiammo in lacrime tutti e due». Charlie Chaplin nella Autobiografia (1964) si sofferma sulla sua difficile infanzia a Londra, dopo che il padre, attore alcolista, abbandonò sua madre, suo fratello Sydney (di cinque anni più grande) e lui. Non sappiamo se la crasi tra Barabba e il buon ladrone sia opera della madre Hanna o sua; sta di fatto che la formazione neotestamentaria-pastorale del bambino, a cura dell’attrice di vaudeville Lily Harley (nome d’arte della donna, pare morta di sifilide: novella Maddalena, dovette prostituirsi per mantenere i figli: Chaplin, nei suoi scritti, occulterà questo aspetto), lascerà tracce nel suo cinema. Chi nel 1921 avrebbe osato inserire il fotogramma (3 secondi) di un gruppo scultoreo con un Cristo gigante piegato sotto il peso di una ingombrante croce, per significare la futura sofferenza di una sventurata ragazza-madre, appena dimessa da un Charity Hospital (dopo aver dato alla luce il “frutto della colpa”: Il monello)? Con tale immagine “fuori contesto”, semanticamente inconcepibile per i registi del tempo, Chaplin introduceva, nella retorica del cinema, la metafora filmica (che Ejzenštejn, astutamente, copierà). Chi avrebbe osato chiudere un film, La donna di Parigi( 1923), con due donne sole (mancata suocera e mancata nuora: il giovane uomo si è suicidato per amore) che hanno messo su una casa-famiglia, ante litteram, nella quale allevano figli (di altri) abbandonati?

Ma, soprattutto, Chaplin con la creazione del personaggio di Charlot – il tenero vagabondo, il timido reietto, il clochard educato – dava vita a una originale figura Christi: povera, solitaria, pronta ad amare il prossimo, inclusi gli animali randagi (Charlot è il primo punkabbestia della storia: Vita da cani). Così buono da saper compiere dei “miracoli”: ha pietà di una povera emigrante offrendole un pranzo al ristorante senza avere un cent (L’emigrante); ridà la vita ad un neonato salvato dalla strada e lo adotta ( Il monello); permette ad una bella ragazza cieca di riacquistare la vista (Luci della città). Charlot, però, non cessa di essere anche un forte personaggio laico. Prende in giro il potere nella figura del poliziotto (L’evaso, Il monello); satireggia i Paesi guerrafondai durante la Grande Guerra (Shoulder Arms); sbeffeggia i tronfi monumenti e i vuoti riti civili (l’incipit di Luci della città); riversa ironia al vetriolo sulla borghesia viziosa e le sue fatue feste ( La donna di Parigi; La febbre dell’oro; Luci della città); “smonta” ferocemente il Fordismo (Tempi moderni, 1935) ridicolizza i dittatori (Il grande dittatore, 1940). Per questa sua forza libertaria e “rivoluzionaria”, per le sue azioni rapide (futuriste), senza logica apparente (dadai-ste), proiettate in ogni direzione (cubiste: si veda come Léger lo ritrae), che si aprono a strani sogni (surrealisti) provenienti dall’inconscio collettivo, Charlot, essenza del Novecento, sarà amato da tutti gli intellettuali delle avanguardie europee: dai dadaisti zurighesi agli espressionisti berlinesi; dai zenitisti jugoslavi ai sovietici del Lef («preferiamo il sedere di Charlot al volto della Bertini»); dai poetisti praghesi ai futuristi romeni.

Blaise Cendrars ricorderà «come la fama di Charlot si diffuse al fronte grazie ai soldati in libera uscita: ritornavano rubicondi dopo aver visto i suoi film: Charlot al Music Hall, Charlot Boxeur, Charlot Marinaio, ecc». Philippe Soupoult definì Vita da cani «il poema più emozionante mai visto, autentica tragedia di un poveraccio’. Lucia Joyce (flglia del grande scrittore James) dopo la visione di Il monelloesclamò: «Quale mescolanza di grottesco e sublime!». Il nostro Mario Verdone chiosò «senza Charlot non avremmo mai avuto Totò». Dopo aver “resistito” al sonoro sino al 1935 (l’ultimo film “muto” è, appunto, il perfetto social-umanista Tempi moderni) affronterà il cinema parlato con grande abilità: dal ricordato Il grande dittatore, inno alla democrazia e all’uguaglianza, passando per il filosofico Monsieur Verdoux( 1947) sino all’esistenzialista Luci della ribalta( 1962). Il 24 dicembre 1977 Charlie Chaplin si spegneva serenamente nel sonno, in Svizzera, a Corsier- sur-Vevey, dove aveva scelto di vivere la sua vecchiaia, con la sua terza moglie, Oona O’Neill, senza aver mai ottenuto il passaporto americano. Qualche mese dopo una banda di ladri maldestri (sbiadita copia dei due manigoldi che rubano l’auto con il neonato ne Il monello) portava via le sue spoglie dal cimitero, tentando un riscatto, ma il colpo non riuscì. Charlot, con un snella piroetta, sorridendo sotto i suoi baffetti, salutava dal cielo.

Fonte:Eusebio Ciccotti | Avvenire.it

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