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Tre parole per raccontare la Settimana Sociale di Cagliari.

Non è facile riassumere quattro giorni intensi e densi di parole come quelli trascorsi a Cagliari. Eppure la 48ma Settimana sociale che si è conclusa domenica scorsa potrebbe essere racchiusa in tre parole.

La prima parola è rete.

Le buone pratiche raccontate nel capoluogo sardo, quelle che descrivono il lavoro degno (libero, creativo, solidale e partecipativo) di cui parla Papa Francesco, non possono e non devono restare dei casi isolati. Sono semi che devono fruttare. Lo ha urlato il giovane economista Davide Maggi durante una delle ultime sessioni di lavoro: quello che rimane di questa settimana sociale (e dei due anni preparatori che l’hanno preceduta) è soprattutto una rete di rapporti, di volti, di persone che hanno voglia di cambiare il mondo in meglio. Che credono che, con la buona volontà, questa società che sembra calpestare i più deboli e i più indifesi possa essere cambiata. Una rete di buone pratiche che deve essere valorizzata, coltivata, messa a sistema.

E’ la stessa sensazione che, ricordo, provai la prima volta che ho partecipato alla scuola di formazione dell’Ucsi insieme a tanti giornalisti che, come me, credevano in un’informazione diversa, in una informazione che fosse realmente di servizio: quella rete di volti e persone che hanno voglia di impegnarsi per un cambiamento culturale è il nostro più grande patrimonio ed abbiamo il dovere di valorizzarlo e farlo crescere.

La seconda parola è responsabilità.

La Settimana sociale di Cagliari, vertendo su un tema universale che ci riguarda da vicino come il lavoro, chiama tutti noi ad un rinnovato senso di responsabilità. Innanzitutto una responsabilità individuale. Perché se è vero che il sistema Italia e il sistema Europa devono essere profondamente cambiati con regole più giuste, è pur vero che un sistema è la somma dei comportamenti individuali. E un sistema cambia se cambiano prima di tutto i nostri comportamenti. Se dismettiamo la pratica tutta italiana delle scorciatoie, dei sotterfugi, delle piccole furbizie e delle raccomandazioni che alla fine sono l’humus della corruzione e del decadimento che, come ha detto il cardinale Turkson intervistato da padre Francesco Occhetta, sono il cancro della nostra economia.
Ovviamente accanto alla responsabilità individuale esiste quella collettiva, la responsabilità di chi ci rappresenta nelle istituzioni nazionali e sovranazionali. Sintetizzando al massimo le richieste fatte al premier Gentiloni e al presidente dell’Europarlamento Tajani, si può dire che dalla Settimana sociale di Cagliari sia partita verso lo Stato italiano e l’Europa una richiesta forte e chiara: quella di fare delle scelte etiche precise, valorizzando le iniziative economiche giuste e sostenibili (socialmente ed economicamente) e penalizzando quelle sbagliate.
In una società dove non si sceglie mai e dove ormai impera il relativismo etico, la Chiesa, forte della sua storia millenaria e della sua autorevolezza, ha chiesto alle istituzioni una precisa scelta etica in campo economico: la scelta del bene comune.

Sempre parlando di responsabilità a Cagliari ne è stata evidenziata anche un’altra forma: quella intergenerazionale. Quella tra genitori e figli, tra anziani e giovani.

La ripresa del nostro Paese sarà possibile solo se le generazioni collaboreranno, se ognuno metterà a disposizione quello che ha per il bene comune, gli anziani il loro patrimonio di esperienza e di risorse economiche e i giovani il loro entusiasmo, la loro creatività e le loro idee. E’ questo il senso del patto intergenerazionale per il lavoro di cui hanno parlato in tanti, dal presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti al segretario del Comitato Scientifico Mauro Magatti. E questa collaborazione deve essere presente non solo nelle attività lavorative, ma anche nell’associazionismo e nel movimentismo che, come ha con forza evidenziato il segretario della Cei monsignor Galantino, devono smettere i panni, talvolta ben camuffati, della autoreferenzialità, perseguendo il bene comune e non interessi personali.

La terza ed ultima parola è informazione.

A Cagliari c’erano tantissimi giornalisti eppure, come è stato ampiamente notato, la grande stampa mainstream non ha degnato della sua attenzione questo grande evento ecclesiale che ha portato a Cagliari oltre milleduecento delegati dalle diocesi di tutta Italia e un centinaio di vescovi. Come rileva l’economista Luigino Bruni su Avvenire, i grandi media, collegati a doppia mandata alle lobby dell’economia, sono soliti concedere, bontà loro, al mondo cattolico la dignità della parola sui temi della vita e della famiglia, ma non accettano assolutamente che la Chiesa metta il becco su temi “laici” come l’economia. Questo atteggiamento denota una grande paura da parte del potere che, nella sua follia, non tollera proposte ragionevoli che davvero possano portare miglioramenti ed equità sociale.

Il silenzio della grande stampa deve dunque suonare come una pacifica “chiamata alle armi” per la stampa cattolica, chiamata a moltiplicare il suo sforzo non solo per denunciare, ma anche per divulgare le buone pratiche e far capire, ad una opinione pubblica anestetizzata dal nulla spesso proposto dai media, che le cose possono cambiare, che il lavoro può essere degno e che l’economia può essere governata anche da regole etiche. Dalla Settimana sociale arriva dunque anche un input alla stampa cattolica che, tornando alle altre due parole, deve imparare a fare maggiormente rete e comprendere la sua enorme responsabilità nei confronti del Paese.

Ecco perché il ricordo più toccante di questi intensi quattro giorni è quello della Messa celebrata in modo informale da padre Francesco Occhetta nella saletta stampa di TV 2000, insieme a Maurizio e agli altri colleghi, poco prima della loro partenza da Cagliari. In quella celebrazione, fatta con mezzi di fortuna su una scrivania trasformata in altare per l’occorrenza, è racchiuso il senso ultimo del nostro stare insieme e del nostro essere giornalisti che hanno a cuore il bene comune. Il senso del nostro essere, umilmente e con tutti i nostri enormi limiti, uomini di fede che credono ancora nel cambiamento e lo vogliono raccontare.

Fonte:Alessandro Zorco | UCSI

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