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I giovani e quel “diritto” ad essere disoccupati (e mantenuti)

Due libri recenti offrono una analisi impietosa di nostri giovani.Una classe di “disagiati” che hanno avuto troppo per desiderare di costruire ancora qualcosa

 

“Più otium meno negotium”: lo si è visto fra gli slogan della giornata di protesta del 13 ottobre contro l’alternanza scuola-lavoro. Sconcertante, per chi attribuisce la responsabilità della disoccupazione giovanile anche alla lontananza dal lavoro della formazione data a scuola. Eppure gli elementi per capire sono da tempo davanti ai nostri occhi, anche se nessuno sembra volerli vedere.

Non a caso la definizione di Luca Ricolfi — che risale al 2014 in L’enigma della crescita — della nostra società come di una società “signorile” non ha fatto fortuna. “Nelle società arrivate la maggior parte dei giovani fruisce per la prima volta di un triplice privilegio (…) sono liberi di studiare poco e male dedicando le loro migliori energie al divertimento ed alle relazioni sociali (…) possono prolungare indefinitamente il periodo di studi (…) e possono ritardare (…) l’inizio di una vera carriera lavorativa. Essi non cercano un lavoro qualsiasi ma un lavoro che sia all’altezza delle loro aspirazioni o delle competenze che ritengono di avere acquisito negli anni di studio (…). Una forza che ai giovani deriva dai patrimoni delle famiglie e dalla disponibilità dei genitori”. Società signorile: in alto nella scala sociale vi sono soggetti che possono non lavorare per mantenersi (una volta solo pochi signori e rentiers) ed in basso i lavori che continuano ad esistere ma non sono di alto livello e perciò vengono coperti dagli immigrati o rimangono scoperti.

Una lettura non allineata, dunque, del fenomeno della disoccupazione giovanile anche italiana, che sulla bocca dei politici e dei media continua invece ad essere attribuita a fenomeni quali la globalizzazione, l’inefficienza, la corruzione della nostra società, la testarda persistenza in posti di lavoro e anche di potere di una generazione di irriducibili.

Una ripresa dall’interno di queste ipotesi ce la presenta Raffaele Alberto Ventura in Teoria della classe disagiata (Minumum Fax, 2017). Un’ampia classe piccolo-borghese ha accumulato nei decenni dello sviluppo risorse tali da permettere ai figli di fruire di formazioni molto prolungate e ricche e di stili di vita affluenti. L’esito è lo sfasamento fra identità sociale percepita e risorse effettivamente disponibili sia materiali (a lungo termine) che di competenze effettive. Giovani “incatenati ad una educazione che costringe a desiderare un’esistenza che non ci si può permettere”.

Qui si fa un passo avanti rispetto a Ricolfi e ci si sofferma con acuta attenzione sulle caratteristiche di un parte significativa di questi giovani, in particolare quelli che puntano a realizzarsi in attività creative, intese in senso lato. Ma è da sempre noto che in particolare in questo settore molti sono i chiamati ma pochi gli eletti. Il disagio non è dunque assoluto, ma relativo al contesto e alle aspirazioni. Come diceva Marx, tutti i bisogni sono storici.

Esistano degli indicatori di questa realtà? Da un pezzo: la diminuzione delle formazioni scolastiche orientate al lavoro, la diminuzione delle competenze e degli interessi per gli aspetti scientifici e tecnici della formazione, le file ai cancelli delle formazioni umanistiche, considerate “leggere” sia a livello secondario che terziario.

Realtà contro cui argomenta Claudio Giunta, docente universitario di letteratura italiana, in E se non fosse una buona battaglia? (il Mulino, 2017), un’interessante proposta per la valorizzazione e l’attualizzazione dell’insegnamento delle humanities ed in particolare della letteratura italiana. In questo quadro si colloca il suo parere sulle iscrizioni alle facoltà umanistiche, che non collima propriamente con quello del Tar che come da copione ha sospeso il numero chiuso deliberato, in un provvedimento troppo all’avanguardia, da una seria facoltà umanistica milanese. “Le facoltà umanistiche diventano uno splendido parco a tema nel quale ragazzi fra i 18 ed i 25 anni che possono permettersi di non lavorare trascorrono una parte della loro vita occupandosi di cose anche interessanti e anche utili per la loro formazione e la loro psiche. Al termine del loro percorso di studi però pochi di loro troveranno un lavoro e — questa è la cosa più grave — pochi meriteranno di trovarlo. Perché partivano da un punto troppo basso per poter davvero recuperare il ritardo (…) o perché (…) nessuno ha mai chiesto loro di darsi veramente da fare per superare una soglia”.

Fonte: Sussidiario.net

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