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Una prof: non lasciamo soli gli studenti sul più bello

Come può la nostra tradizione culturale fatta di letteratura, arte, scienza essere consegnata alle nuove generazioni? Una lettera sul vero cuore della didattica.

A scuola, come ogni anno, si è tornati al lavoro con gli studenti. E come ogni anno ci si chiede dove sta andando la scuola italiana, se è la direzione giusta e si tratta solo di aggiornarsi o si rischia attraverso le tante novità di cui si sente parlare di finire in un vicolo cieco in cui domina il disorientamento di docenti e famiglie.

Si dibatte su tradizione e innovazione, su contenuti disciplinari e didattica e si ha sempre l’impressione che si debba puntare su uno di questi aspetti per migliorare la scuola o addirittura salvarla.

In effetti come può la nostra tradizione culturale fatta di letteratura, arte, scienza, che si declina nei contenuti delle diverse discipline scolastiche, essere consegnata alle nuove generazioni, come vuole significare proprio il termine “tradizione”, senza appropriate metodologie che hanno bisogno sempre di rinnovarsi nel rapporto con una società dinamica e che devono trovare la strada della personalizzazione per rispondere ai bisogni dei ragazzi che non sono certo uguali in tutti e soprattutto non sono solo di ordine cognitivo?

Bisognerebbe, però, non ridurre tutto semplicisticamente ad aspetti didattici e non dimenticare che in fondo la didattica è al servizio di qualcosa di più grande: l’educazione dei bambini e dei ragazzi che nelle aule scolastiche si incontrano con i loro insegnanti per ricevere proprio un bagaglio culturale con cui confrontarsi.

Spesso la didattica laboratoriale si pensa sia la migliore per rendere gli studenti  protagonisti del sapere; quando però la si vuole sostituire quasi totalmente alla lezione frontale, di cui tutti abbiamo fatto esperienza, c’è un pericolo in agguato. Sebbene ci sia sempre il contributo dei docenti, gli studenti rischiano di essere soli dinanzi ai contenuti disciplinari, senza un’opportuna selezione e una necessaria mediazione; e possiamo ritrovarci dinanzi al vuoto e all’inutile nozionismo che avremmo voluto evitare. E il “naufragar” in questo mare di informazioni potrebbe non essere affatto dolce, ma motivo di disorientamento; e quando si perde di vista l’orizzonte potrebbe venir meno il desiderio del cammino e anche il coraggio della fatica.

Da soli non si può andare molto lontano, ci ha insegnato Dante. Mentre retrocedeva nella selva oscura, c’è stato bisogno che Virgilio gli chiarisse quali erano le tappe del cammino, che gli svelasse la durezza della strada che lo aspettava per giungere alla meta, ma questo non bastava ancora. Solo quando Virgilio si propose come sua guida Dante poté seguirlo; Allor si mosse, e io li tenni dietro.

I nostri ragazzi hanno bisogno di incontrare negli insegnanti uno sguardo che susciti in loro il desiderio di avventurarsi nel percorso della conoscenza e una presenza che faccia sentire meno dura la fatica. Oggi, peraltro, i docenti sempre più sono chiamati a far fronte a bisogni non solo cognitivi ma affettivi in un cambiamento d’epoca e in una società dove spesso manca il punto di riferimento di un adulto certo di se stesso. C’è la necessità di attività didattiche in cui i ragazzi facciano esperienza reale della tradizione che li ha preceduti, perché non basta venirne a conoscenza per farla propria: così si rimane nell’ambito dell’informazione, invece il passato che ci viene fatto conoscere a scuola va continuamente rielaborato.

Come suggerisce Goethe, quello che si eredita dai nostri padri, bisogna riguadagnarselo, per possederlo. Perché questa eredità del passato dia frutti, la scuola deve permettere che si faccia il passo successivo all’acquisizione dei contenuti. Tale passaggio è quello della verifica, che implica anche il conseguimento di competenze (ma è molto più di questo).

In questo passaggio l’insegnante non deve dimenticare di essere soprattutto un educatore che non può non tener conto di un fattore non solo ineludibile ma anche necessario: la libertà della persona, di cui spesso si ha paura, ma senza la quale non ci può essere conoscenza e vera crescita. Tutti possiamo accorgerci che quando facciamo esperienza autentica della realtà ci appropriamo in un modo nuovo di quello che ci viene trasmesso e lo possediamo veramente, diventa nostro e questo processo sottintende la nostra libertà.

Allora sì che l’eredità dei padri viene riguadagnata; ma in questo percorso, come detto, i ragazzi non possono essere lasciati soli. La verifica a cui sono chiamati ha bisogno della compagnia di un adulto che abbia chiaro il suo compito, che trasmetta non solo contenuti ma che attraverso questi comunichi se stesso e il suo desiderio di conoscere. Solo così la fatica può diventare conveniente per i ragazzi, perché si capisce che tutto può convergere a trovare risposta alla domanda “Ed io che sono?“. Se tutto quello che si studia a scuola non è per questo, tutto rimane scollegato e non sarà certo l’interdisciplinarietà a unificare nella mente e nel cuore dei ragazzi i contenuti del sapere.

Fonte: IlSussidiario.net

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