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Il compito dei prof, smentire Seneca e dare ragione a Beatrice

Alla fine dell’anno scolastico, o alla fine del corso degli studi superiori, la domanda più difficile che si può porre ad uno studente è “cosa resta?”.

Non vitae, sed scholae discimus”, scriveva Seneca all’amico Lucilio. E c’era dell’amarezza in questa sua constatazione: impariamo per la scuola, non per la vita. Per la scuola, per qualcosa di esterno a noi. Noi non ci siamo, non siamo davvero in ballo. Ci interessano i dati, le dottrine, le nozioni: quello che siamo ci interessa un po’ meno.

Dante, molti secoli dopo, nel canto V del “Paradiso”, avrebbe messo in bocca a Beatrice un’altra grande, perentoria e laconica affermazione: “Non fa scienza sanza lo ritenere avere inteso. La guida mette in guardia il riverente discepolo: apri la mente, perché non basta capire, non basta il “sentito dire”, ma occorre un coinvolgimento, il gusto di scoprire qualcosa di bello e di “fermarsi” dentro quel qualcosa. Questo è “scienza” e questo è il significato del “ritenere”, cioè del trattenere dentro di sé.

Ho scoperto con un certo disagio che alla fine dell’anno scolastico e, peggio ancora, alla fine del corso degli studi superiori, la domanda più difficile che puoi porre ad uno studente è proprio “cosa resta?”, cioè, cosa ti porti via di quello che hai studiato, cosa ti ha davvero appassionato, cosa ti è entrato dentro, cosa “ritieni”? In molti, troppi casi (anche da commissario all’esame di stato) ho dovuto toccar con mano che questa domanda è spiazzante, è strana, inaspettata. Ci si era preparati ad un “cosa hai capito o cosa ricordi di Tizio o Caio?”, senza fermarsi a chiedersi quanto Tizio o Caio fossero importanti per la propria vita. Seneca ha ragione, ieri come oggi: studiamo per la scuola.

Questa scoperta è dolorosa per tutti, ma in particolar modo per chi insegna le materie umanistiche e, per forza di cose, si confronta con le questioni  che, appunto, mettono in gioco la vita. Troppi studenti sanno dirti tutto del pessimismo biografico, storico, cosmico ed agonistico di Leopardi anche senza ricordare un verso del recanatese o, addirittura, scambiando “La ginestra” per “Il gelsomino notturno”. Questi lapsus sono la conseguenza di un ingolfamento causato da uno sforzo di memoria quasi sovrumano. Si può mandare a memoria una formula relativa ad un autore come si manda a memoria una pagina dell’elenco telefonico. Ma c’è un’altra memoria, quella relativa al “ritenere”, che è un’altra cosa. E’ quella che funziona in noi quando abbiamo fatto, ad esempio, l’incontro significativo e straordinario con una persona che non scorderemo più. E’ questa memoria che è esistenzialmente importante per noi, ma che risulta tragicamente assente in molti colloqui d’esame.

Di chi è la colpa di questa situazione troppo ricorrente? Non mi addentro nella questione, perché non è questo lo scopo del mio intervento. Il dibattito è aperto e vale la pena tenere desta la domanda. Però una cosa voglio dirla e prendo ancora a prestito Dante e il suo rapporto con Beatrice nel “Paradiso”. Perché se leggiamo con attenzione scopriamo di trovarci di fronte all’eccezionale messa in scena di un rapporto educativo. Beatrice educa Dante e Dante gode nell’essere educato.

Ma qual è il primo ingrediente di questa educazione? Imparare a domandare. Dante viene continuamente richiamato a fare domande, ad esprimere i propri dubbi, le proprie curiosità, la sete o la “vampa” del suo desiderio. La risposta viene sempre dopo una domanda. Una risposta è inutile se è relativa ad una domanda che non si pone. E’ nella domanda che l’essere umano mostra di esserci, non nella più o meno facile memorizzazione delle risposte preconfezionate.

E poi c’è un altro aspetto: è più bello porre domande a chi capisci che s’interessa alla tua vita e la ama. L’educazione è un rapporto d’amore, non si scappa. Ed è biunivoco: non si verifica, certo, quando il docente è chiuso e indifferente, ma nemmeno quando lo studente non ama a sua volta chi gli sta davanti.

Concludo: l’ultima lezione dell’anno è stata per me un’ora di supplenza davanti a studenti sconosciuti di un biennio e piuttosto “vivi”. Ho provato a porre la domanda: “cosa resta?”. La prima risposta (intelligente e cinica) è stata: “il debito formativo”. Poi però, prendendo spunto dalla conclusione dei Promessi Sposi che conoscevano solo per sentito dire (e che quindi non conoscevano assolutamente), è nato un dialogo intenso e bello che ha collegato quella lettura alla vita, per cui mi sono accorto (me l’hanno detto loro) che io in quell’ora ero stato importante e che loro (pochi minuti prima dei perfetti sconosciuti) erano dei ragazzi molto validi con cui sarebbe bello lavorare. Tutto a partire da una domanda iniziale e da altre domande venute a ruota. Che hanno “stanato” o ridestato un’umanità spesso troppo addormentata.

Fonte:  Gianluca Zappa  | Il Sussidiario.net

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