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L’Olocausto nel grembo

Per la prima volta gli aborti legali in Italia sarebbero scesi sotto i 100mila. Un’inversione di tendenza, quella registrata nel 2014, ancora troppo flebile per poter parlare di un cambio di rotta verso questa barbarie che è l’eliminazione fisica di un nascituro. Le cifre, infatti, fanno gelare il sangue: il numero delle interruzioni di gravidanza legali (ivg) dal 1978 ad oggi sfiora ormai i 6 milioni, raggiungendo quello delle vittime ebree provocate dal regime nazista; un vero e proprio olocausto invisibile e sottaciuto, coperto dalla legislazione e dal relativismo nel quale è immersa la società moderna.

 In sostanza, ogni 5 bambini nati 1 è abortito legalmente, e a dirlo è l’ultima relazione sulla legge 194/78, pubblicata dal ministero della Salute. Il dato fa riferimento alle Ivg volontarie, chirurgiche e farmacologiche avvenute in ospedale, ma non tiene conto di altri strumenti abortivi legalmente commercializzati come la pillola del giorno dopo e la spirale (spesso utilizzata come “contraccezione di emergenza”). Dunque i numeri della strage degli innocenti sono in realtà molti più grandi: uno schiaffo al genere umano.

Eppure ci sono esempi virtuosi di madri che scelgono la vita anche facendo i conti con la morte. L’ultimo caso è stato raccontato dal Daily Express, ed è la storia di Heidi Loughlin, una 32enne inglese, di professione agente di polizia, già mamma di un bambino, ammalatasi di tumore a poco tempo da una gravidanza (si è accorta della malattia per alcuni strani dolori al seno mentre allattava) e in attesa di una seconda. La sentenza dei medici è pesantissima: deve fare immediatamente un ciclo aggressivo di chemioterapia e al contempo abortire, perché i rischi di malformazioni per il nascituro sarebbero troppo alti.

Lei invece decide di tenere il figlio, Chiede ai medici di ridurre al minimo la chemio e di salvaguardare il nascituro. Per tutelare la donna, il bimbo sarà fatto nascere prematuramente, appena le sue condizioni lo consentiranno, così che la mamma possa sottoporsi alla cura necessaria per il suo male. La sua aspettativa di vita è al massimo cinque anni, a meno di un miracolo. Esattamente quello in cui crede Heidi, il miracolo della vita.

Heidi non è l’unica donna ad aver fatto questa scelta, all’estero come in Italia. Qualcosa sta cambiando nella mentalità generale. Una novità la possiamo registrare più che nei numeri nell’approccio nuovo che lo stesso Ministero della Salute fa rispetto all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Per “prevenzione” non menziona più solo il controllo delle nascite e la riduzione del fallimento della contraccezione, che comunque rimangono lo strumento di elezione. Viene ora inclusa anche la possibilità di prestare sostegno alle maternità difficili. Un dato certamente da salutare positivamente, pur se ancora nebuloso. Su questo aspetto infatti nulla si dice quanto ai motivi della richiesta di aborto da parte delle gestanti né riguardo alle eventuali proposte alternative e alla loro efficacia, non vi è un budget né strumenti operativi, solo una timida apertura di carattere generale.

Le statistiche ci rimandano una fotografia di un mondo in cui ancora con troppa semplicità si considera l’aborto come una normale attività ospedaliera, senza dare alla vita nascente la dignità che merita, ma derubricando il feto a un ammasso di cellule informi. Così non è, e forse una battaglia di valori può ancora essere vinta. Il dato dei consultori, su questo, dà timidi segnali incoraggianti: il fatto che il numero di colloqui per l’aborto sia superiore a quello di certificati effettivamente rilasciati, potrebbe indicare l’effettiva azione per aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione di gravidanza. Un percorso che segue due binari distinti; da una parte le condizioni socio assistenziali a tutela della donna e del nascituro, dall’altra la consapevolezza che la vita nasce al concepimento, al di là di ogni valutazione clinica.

L’aborto non è una passeggiata; anche se la gravidanza indesiderata è equiparata a una malattia da debellare, interromperla non è di certo come eliminare una cisti. Qualunque interruzione di gravidanza (legale, illegale, casalingo, in ospedale, chirurgico, farmacologico), coinvolge la donna nella sua totalità: biologica, psicologica e spirituale. Dal punto di vista fisico esso dà un brusco contrordine al corpo, mediante il blocco di un processo naturale complesso, provocando – chimicamente o meccanicamente – un trauma, foriero di complicanze e rischi per la salute sia nell’immediato che nel breve e lungo periodo.

Non da meno sono le conseguenze a livello psicologico, generate dal fatto che la donna sa di non aver curato alcuna malattia. Certe cose vanno dette per ciò che sono, anche se disturbano la maggior parte delle persone e non sono allineate con il pensiero comune: quello che viene tolto dal grembo materno era un bambino, il figlio al quale è stato impedito, per scelta, di venire al mondo.

Fonte: InTerris.it

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