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La paura di guardarsi dentro

Il rancore e il sentimento di vendetta? «Sono come buldozer. Distruggono la nostra vita emozionale, creano il deserto». Il perdono? «Trascende la categoria di giustizia e assume una valenza terapeutica anche per il perdonato. È così che si riesce a cambiare il mondo». E la confessione «aiuta a trovare la strada» della verità, in una società in cui ognuno «troppo facilmente perdona se stesso per dare la colpa agli altri». Eugenio Borgna è uno dei più conosciuti psichiatri italiani. È primario emerito di psichiatria dell’Ospedale maggiore di Novara ed è autore di numerosi saggi, l’ultimo dei quali, edito da Einaudi, si intitola
Parlarsi. La comunicazione perduta. La sua analisi del doppio tema perdono-confessione lega fortemente la conoscenza della persona all’aiuto che può venire dalla fede.

Ma è facile o difficile perdonare?
«Se si tratta di perdonare mancanze che riteniamo di poco conto giungiamo al perdono senza fatica. Tutto cambia se veniamo o ci sentiamo colpiti su questioni come la dignità, l’orgoglio, la vita stessa o su ciò che intendiamo per libertà personale».

In questi casi come si giunge al perdono?
«Se inserisco le sofferenze acute provocate dalle offese in una visione cristiana della vita, allora il cammino del perdono sarà difficile, ma non impossibile. Se la fede e la speranza ci accompagnano, anche il perdono diventa un dono, il frutto di un sacrificio fatto in una prospettiva che va ben oltre il nostro problema quotidiano».

Ma se non abbiamo la fede?
«Le cose si fanno più complesse. Rischiamo di essere prigionieri delle ferite che gli altri ci hanno fatto. In questi casi il perdono si realizza solo attraverso una grande generosità, spirito di sacrificio, grandi ideali umani: doti che non tutti abbiamo».

Secondo la sua esperienza di psichiatra, il perdono cambia la vita?
«Qualunque sia la strada lungo la quale vi giungiamo, il perdono dilata l’orizzonte, allarga lo spazio della nostra vita perché oltrepassa la semplice categoria di giustizia, che riceve un sigillo più alto».

Questo cosa comporta?
«Che il concetto di giustizia viene trasceso, dando la possibilità anche a chi ci ha offeso di percorrere una nuova strada nel suo cuore verso la guarigione dalla colpa. Una finestra, una porta che altrimenti resterebbero chiuse. Il perdono oltre a cambiare la vita di chi perdona può cambiare la vita di chi viene perdonato».

Come se avesse un valore terapeutico?
«Ha anche un valore terapeutico. Certamente dal punto di vista spirituale, ma anche secondo il significato di cura, di servizio, perché perdonando ci mettiamo al servizio dell’altro».

Se invece si resta nel rancore?
«Il rancore e la vendetta sono sentimenti che chiudono, che inceneriscono ogni altro sentimento. Sono prigioni in cui finiamo per perdere ogni possibilità di contatto con gli altri. Come buldozer distruggono le nostre emozioni e la nostra vita interiore creando il deserto».

Molti sostengono che è più difficile perdonare se stessi.
«Tutti noi siamo particolarmente inclini a ritenere che la colpa sia degli altri. Tutti tendiamo a perdonarci, vassalli come siamo del nostro egoismo. In questo senso penso che perdonare se stessi sia una cosa che ci fa male e dalla quale dovremmo guardarci».

Veniamo da decenni di terapie psicologiche in cui si cerca di ‘curare’ l’individuo facendogli scaricare la colpa sugli altri: la società, la scuola, la famiglia…
«Sì, la tendenza a delegare, ad attribuire, ad altri responsabilità che invece sono nostre, è molto frequente, e terapie psicologiche inadeguate non fanno che accrescere pericolosamente questa tendenza».
Qual è il giusto modo di porsi?
«Ripeto: guardarsi sempre dal seguire l’impulso di perdonarci. Allo stesso tempo considerare che il perdonare se stessi può avvenire, nel giusto contesto, se siamo in dialogo con qualcuno in grado di aiutarci a capire se abbiamo il diritto di essere indulgenti o se dobbiamo espiare fino in fondo ciò che abbiamo commesso».

Un concetto che ci porta dritti a quello di confessione, che però è tutt’altro che una pratica diffusa.
«Perché c’è la tendenza diffusa ad aver paura di guardare dentro di noi. Oggi si tende a vivere nel presente: eliminiamo il passato e non vogliamo occuparci di quello che abbiamo fatto, così come non ci occupiamo del futuro, perché anche la speranza è una virtù poco praticata».

Un problema della nostra epoca?
«Caratterizza la nostra epoca ed è ingigantito dalle comunicazioni digitali che inducono a fare senza preoccuparsi del significato di quello che facciamo. Confessarsi, invece, è mettersi in dialogo con ciò che abbiamo fatto e quello che dovremmo fare. E poi anche Sant’Agostino diceva che è più facile conoscere quanti capelli abbiamo sul capo piuttosto che le nostre
emozioni e le nostre colpe».

Abbiamo smarrito il senso del male?
«È evidente che è così. Abbiamo perso il senso e la coscienza del male. Non tanto del grande male, ma del male di ogni giorno, che comincia dal non guardare gli altri come persone con le quali essere in dialogo».

Torna il concetto di dialogo. Come si fa a farlo ripartire
nella confessione?
«La mia esperienza di psichiatra mi dice che non si deve perdere di vista il fatto che della confessione hanno ancor più bisogno le persone fragili, i sensibili, coloro che desiderano sentirsi sempre perdonati. Queste persone hanno necessità di sacerdoti che abbiano tanta sensibilità psicologica, che siano capaci di usare parole e modi che nutrono il cuore. L’esprit de finesse di Pascal, per intenderci. Ecco, e, ripeto, lo dico da psichiatra, una delle cose che frena la confessione è questa mancanza di sensibilità, di parole ‘leggere’ che non feriscano chi sta male, ma lo aiutino a trovare la strada».

La confessione può essere uno strumento di cambiamento anche per la società?
«La società ha bisogno di un cambiamento radicale di costumi e di stili di vita, che oggi mi sembra impensabile. Ma se prendiamo le persone una per una… Con gli occhi della fede noi sappiamo cosa significhi riconciliarsi con Dio. Allo stesso tempo, però, soprattutto oggi, la confessione può anche essere uno strumento a disposizione di tutti coloro che non hanno fede, ma semplicemente sentono il desiderio di Dio. Persone che sono alla ricerca di qualcuno che le aiuti a trovare la loro strada per la fede. Un modo di maturare e crescere nella conoscenza di quello che siamo, di quello che dovremmo o potremmo essere nella relazione con noi stessi, con gli altri, con Dio: un modo efficace di unire ciò che è umano (psicologico) a
ciò che ci trascende e conduce a Gesù».

Fonte: Avvenire.it

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